di Ennio Bassi

La presidente del Consiglio sollecita apertamente le dimissioni della ministra del Turismo, che però resiste. Sullo sfondo l’ipotesi di una mozione di sfiducia e le tensioni nella maggioranza

Il rapporto tra Giorgia Meloni e Daniela Santanchè arriva a un punto di rottura. Con una nota ufficiale dai toni insolitamente espliciti, diffusa da Palazzo Chigi il 24 marzo, la presidente del Consiglio ha di fatto invitato la ministra del Turismo a lasciare l’incarico, segnando un passaggio politico delicato per l’esecutivo.

Santanchè, che in passato aveva legato un eventuale passo indietro a una richiesta diretta della premier, si trova ora davanti a quella sollecitazione. Eppure, almeno per il momento, non sembra intenzionata a farsi da parte: dal ministero fanno sapere che l’agenda resta invariata e che l’attività prosegue regolarmente, nonostante le crescenti pressioni politiche.

Il quadro istituzionale gioca a favore della ministra. La Costituzione, infatti, non attribuisce al presidente del Consiglio il potere di revocare unilateralmente un ministro. Di conseguenza, le strade possibili restano due: dimissioni volontarie oppure un passaggio parlamentare che potrebbe sancirne la sfiducia.

Proprio in questa direzione si muove il Movimento 5 Stelle, che ha presentato una mozione di sfiducia alla Camera. Tuttavia, senza il sostegno di almeno una parte della maggioranza, l’iniziativa non avrebbe i numeri per passare. Il nodo politico si sposta dunque su Fratelli d’Italia: sostenere la ministra, astenersi o spingere per una soluzione rapida prima del voto parlamentare.

Nella storia repubblicana, un precedente di sfiducia individuale esiste, ma risale al 1995, quando il ministro Filippo Mancuso fu costretto a lasciare da un voto sostenuto dalla stessa maggioranza. Un caso isolato e maturato in un contesto politico diverso, che rende l’attuale situazione ancora più incerta.

A complicare il quadro pesano anche le vicende giudiziarie che coinvolgono Santanchè, tra un processo per falso in bilancio e indagini per truffa e bancarotta. Elementi che si intrecciano con una crescente pressione politica interna alla maggioranza.

Il caso Santanchè si inserisce inoltre in una fase già complessa per il governo, reduce dalla sconfitta al referendum sulla giustizia. Negli ultimi giorni si sono già registrate le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, entrambi travolti da polemiche e vicende giudiziarie.

Anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio è finito al centro delle tensioni, sebbene per ora la sua posizione appaia più solida. La sua eventuale uscita rappresenterebbe un rischio politico maggiore per l’esecutivo, soprattutto dopo il recente voto referendario.

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