di Guido Talarico

Roberto Gualtieri

Mentre il centrosinistra si interroga su chi possa davvero contendere Palazzo Chigi a Giorgia Meloni, nel Pd prende corpo un’ipotesi finora rimasta sullo sfondo: in caso di scontro duro tra Elly Schlein, Silvia Salis e Giuseppe Conte, il nome da tirare fuori in extremis sarebbe quello di Roberto Gualtieri. Sindaco di Roma, profilo istituzionale, rete larga nel partito e nel mondo riformista, l’ex ministro dell’Economia viene considerato da fonti ben informate la possibile figura di emergenza capace di ricomporre le fratture e tenere insieme il campo progressista

di Guido Talarico

schlein
Ellie Schlein

Nel Partito democratico il confronto vero, in queste settimane, non è soltanto quello visibile tra Elly Schlein e il nuovo fattore-Silvia Salis. Il punto più delicato, raccontano fonti ben informate, è un altro: cosa accadrebbe se il percorso verso la scelta del leader del centrosinistra si trasformasse in una conta lacerante, capace di lasciare sul terreno rancori, veti incrociati e una coalizione indebolita prima ancora della campagna elettorale? È dentro questo scenario, più temuto che dichiarato, che sta riemergendo un nome finora custodito con prudenza: Roberto Gualtieri.

Il sindaco di Roma non compare nel dibattito pubblico con la stessa frequenza di Schlein o di Salis. Non agita le correnti, non si presta alle accelerazioni mediatiche, non cerca il titolo del giorno. E proprio per questo, nelle segrete stanze dem, viene considerato da più di un dirigente come la vera carta di riserva, il profilo da giocare in eventuale stato di emergenza. Un nome da spendere se il duello tra la segretaria del Pd e la sindaca di Genova dovesse produrre una frattura insanabile, o se il confronto con Giuseppe Conte finisse per impantanare il progetto unitario del campo progressista.

L’azzardo è evidente. Gualtieri appare avviato verso una ricandidatura da favorito, per non dire certa, al Campidoglio, forte di una capitale che, pur tra criticità ancora persistenti, sta vivendo una stagione di trasformazioni infrastrutturali e amministrative di successo, legate anche al Giubileo e agli investimenti sulla mobilità. Sul sito istituzionale del Comune come sui social, un Gualtieri in formato campagna elettorale cittadina rivendica un grande piano di cambiamento per Roma, con miliardi investiti nella mobilità sostenibile, nuovi convogli, autobus green, cantieri sulle tramvie e interventi sulle metropolitane. Un profilo, dunque, che si sta consolidando nel governo della città e che proprio per questo renderebbe rischioso esporre Roma a un cambio di candidato sindaco in corsa.

Silvia Salis

Eppure, nel Pd, il timore di una collisione frontale tra leadership diverse cresce. Schlein resta la titolare naturale della candidatura, in quanto segretaria del partito, ma continua a non convincere pienamente tutta l’area riformista e moderata. Salis, al contrario, ha il vantaggio della novità, dell’immagine civica, del profilo popolare e della freschezza comunicativa, ma porta con sé una fragilità politica strutturale: non vuole passare dalle primarie e, da sindaca appena eletta a Genova, un salto immediato verso la dimensione nazionale esporrebbe lei e l’intera coalizione a critiche sulla solidità del progetto. Lo ha detto lei stessa, ribadendo di essere stata eletta per governare la città per cinque anni, pur non escludendo in astratto una chiamata unitaria.

movimento
Giuseppe Conte

In mezzo, e spesso contro, c’è Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle continua a costruire il suo percorso autonomo, con il cantiere partecipativo di Nova e l’ambizione mai sopita di guidare lui stesso un’alleanza progressista. Anche questo pesa nei ragionamenti democratici: una sfida troppo esposta tra Schlein e Conte rischierebbe di radicalizzare il confronto; una candidatura esterna come quella di Salis, invece, per di più benedetta da Matteo Renzi, potrebbe diventare il detonatore di nuove diffidenze. Il risultato sarebbe una coalizione vasta solo sulla carta e sempre meno governabile nella sostanza.

Ed è qui che Gualtieri cambia funzione politica. Non più soltanto amministratore della capitale, ma possibile figura di compensazione. Un nome che nel Pd parla a mondi diversi. Il suo curriculum lo aiuta. Romano, classe 1966, storico di formazione, docente universitario, tra i redattori del Manifesto del Partito democratico, Gualtieri ha attraversato tutte le stagioni del centrosinistra mantenendo un profilo tecnico-politico assai raro nel panorama attuale. È stato europarlamentare per tre mandati, ha presieduto la commissione ECON a Bruxelles, ha avuto un ruolo importante nei negoziati sulla Brexit ed è poi approdato al governo come ministro dell’Economia nel Conte II, gestendo la fase iniziale della crisi pandemica, prima di vincere le elezioni comunali a Roma nel 2021.

Goffredo Bettini

Ma più ancora del curriculum, conta la rete. Allievo prediletto di Goffredo Bettini, vicino a Massimo D’Alema, in rapporto con l’area di Paolo Gentiloni e con la tradizione veltroniana, Gualtieri è uno dei pochissimi dirigenti dem in grado di tenere insieme genealogie politiche diverse senza essere percepito come un corpo estraneo da nessuna di esse. È un riformista serio per l’area moderata, un uomo di apparato affidabile per i gruppi dirigenti, un amministratore credibile per i mondi civici, un interlocutore non ostile per chi nel perimetro del centrosinistra ragiona su una “gamba” centrista. Il dibattito che si è riacceso attorno a un listone moderato, alle “Primarie delle idee” di Renzi e alla ricerca di un federatore dimostra che nel campo progressista la questione non è solo chi guida, ma chi tiene insieme. E Gualtieri, in questo schema, viene visto come uno che può cucire più che dividere.

Non è un caso che attorno a lui si muova già una coalizione larga a Roma, dove il Pd resta l’asse portante ma si registra una convergenza crescente di pezzi centristi, civici e riformisti, fino all’ingresso di Italia Viva in maggioranza e al dialogo aperto con altre aree moderate. È un laboratorio politico che, per molti nel Nazareno, vale più di un sondaggio: se funziona nella capitale, può diventare un modello esportabile sul piano nazionale. E soprattutto può offrire una risposta a una domanda che ossessiona il centrosinistra: come si parla insieme ai progressisti urbani, ai ceti popolari, ai moderati europeisti e a quel pezzo di elettorato che non si riconosce né nella radicalità identitaria né nel populismo movimentista?

Roberto Gualtieri

Per ora, naturalmente, resta un’ipotesi coperta. E nessuno nel Pd ha interesse a scoprirla troppo presto. Schlein è formalmente al centro del gioco, Salis continua a essere il jolly evocato dai retroscenisti, Conte prepara il suo terreno. Ma diverse fonti convergono su un punto: se il partito dovesse trovarsi davanti al rischio di una rottura, il nome da pronunciare per evitare il peggio non sarebbe né quello della segretaria né quello della sindaca di Genova. Sarebbe quello del sindaco di Roma.

Perché Gualtieri, più che l’uomo della sorpresa, è l’uomo della rassicurazione. Non incendia le platee, ma tranquillizza i gruppi dirigenti. Non rappresenta la rottura, ma la tenuta. E in una stagione in cui il Pd teme più di tutto una guerra interna che consegni Palazzo Chigi ancora una volta alla destra, il “salvatore della patria” potrebbe avere proprio questo volto: quello pacato, istituzionale e paziente di Roberto Gualtieri.

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